mercoledì 11 dicembre 2013

Film #15: La mafia uccide solo d'estate



La mafia uccide solo d’estate è una commedia che racconta la storia di Arturo (Pif), un ragazzo nato e cresciuto a Palermo tra gli anni ’70 e 90’ che cerca in tutti i modi di conquisatre l’amore della compagna di classe Flora (Cristiana Capotondi).
La vita di Arturo è però fortemente influenzata dalle stragi perpetrate dalla mafia e, soprattutto, dalle vittime di questi attacchi. Infatti i caduti della guerra al crimine organizzato sono forse i veri protagonisti del film, anche se compaiono in poche scene ciascuno.
I vari Dalla Chiesa, Chinnici, Giuliano non sono presentati come eroi, uomini speciali e diversi. L’omicidio dei quali è come se facesse parte del loro destino, come se fosse la certificazione che sono eroi per predestinazione.
No! Sono uomini normali, anche simpatici, che scelgono di compiere il proprio dovere. La loro uccisione diventa la morte di amici, di persone normali. E questo ci sconvolge veramente perché loro non erano eroi, ma lo sono diventati.
In questa commistione di potente drammaticità e comicità leggera lo spettatore non è mai fuori posto. Può ridere senza vergogna durante la commedia e piangere durante il dramma. Pif riesce a trasmettere con forte sincerità entrambi gli stati d’animo. Non è cosa da poco, soprattutto per un’opera prima.

giovedì 10 ottobre 2013

Film #14: Rush

Avevo proprio bisogno di un film sportivo. Avevo bisogno dell’epicità che solo lo sport può riservare in una storia vera.

Rush è il racconto del mondiale di F1 del 1976, quello segnato dalla rivalità tra Niki Lauda (Daniel Bruhl) e James Hunt (Chris Hemsworth). E questi due piloti sono gli assoluti protagonisti del film. E’ infatti centrale la figura del pilota di F1, della prima F1, quella in cui moriva più di un pilota all’anno.
Il pilota non è un pazzo incosciente, ma una persona che accetta con totale consapevolezza il rischio di morire. Tutti dobbiamo morire, ma, mentre noi facciamo finta di dimenticarcene, il pilota ne è consapevole in ogni momento della sua vita.
Rush è anche la storia di due rivali, due uomini completamente diversi l’uno dall’altro, ma legati da un rispetto reciproco. Entrambi arroccati nei propri difetti e invidiosi dei pregi dell’altro.

“Il grande uomo sa quando fermarsi, l’eroe va avanti”. Questa frase di mia invenzione penso che esprima un tema fondamentale del film: è meglio essere un grande uomo vivo o un eroe morto? Per Hunt e Lauda non è importante cosa scelgono, ma la scelta. Per loro istituisco una terza categoria: i Grandi Eroi. Il Grande Eroe è colui che sceglie liberamente chi essere, accettando tutte le conseguenze della propria decisione, è colui che domina gli eventi senza lasciarsi travolgere.
Nonostante questo, i piloti sono uomini, che inseguono un desiderio umano, effimero, finito: la vittoria.
Nel mio piccolo sono uno sportivo e ho apprezzato come nel film viene trattato il tema della vittoria e della profonda contraddizione che vi sta dietro: è molto peggiore e durevole la rabbia per la sconfitta che la gioia della vittoria. Eppure, nonostante questo, continuo a perdere cercando di vincere.

p.s. La somiglianza degli attori ai personaggi che interpretano è inversamente proporzionale alla veridicità delle scene di gara, ma si sa che gli americani non conoscono troppo bene la F1.


p.p.s. Fa sempre piacere vedere un attore italiano (Pierfrancesco Favino è Clay Regazzoni) in un grande film di Hollywood. 

domenica 6 ottobre 2013

Recensione #46: World War Z

Storie di zombi e società


Questa recensione è dedicata a tutti quelli che non leggerebbero mai un libro sugli zombi, e soprattutto a quelli che credevano che io non avrei ne avrei mai letto uno.  A tutti loro, vorrei consigliare World War Z.

Come si sarà intuito, sono piuttosto scettica sugli zombi. Niente di personale, solo un vago schifo per i loro corpi in decomposizione e per i loro lamenti inarticolati. Come dire, non sono il mio tipo. Così, ho dovuto sconfiggere un’intera pila di libri arretrati e levarmi un paio di sfizi letterari, prima di decidermi, complici la solitudine lacustre e i primi temporali estivi, ad affrontare questo mattoncino regalatomi e caldamente consigliatomi da Mari.
Bene, sono bastate due pagine a convincermi che quella che avevo tra le mani era molto più dell’epopea splatter che immaginavo.

Attraverso la voce di un narratore/cronista praticamente invisibile. Max Brooks (figlio di Mel, e vero appassionato del genere, autore della celebre Guida per sopravvivere agli zombi, che però non ho letto, va bene con l’entusiasmo ma non esageriamo) descrive la più grande battaglia di sempre tra uomini e zombi. I primi casi in Cina, ignorati e poi nascosti dalle Autorità, il rapido diffondersi della malattia, il Grande Panico e poi, finalmente, la controffensiva e la lenta, faticosa quanto entusiasmante ricostruzione. A raccontare il tutto, sono uomini e donne, vecchi e bambini, medici, poliziotti, soldati e gente comune. In ogni capitolo, il narratore dà voce a un protagonista con una storia e una prospettiva ben definite e soprattutto credibili. E non è poco per un libro che parla di zombi!
Il risultato è un mosaico davvero interessante, che, oltre a raccontare una storia avvincente, propone anche qualche riflessione non eccessivamente banale sul mondo contemporaneo e sulle sue storture.

Unica nota negativa, l’entusiasmo americano che si respira da metà libro in avanti. I Russi sono cattivi che nemmeno negli anni Ottanta, e gli Stati Uniti un po’ troppo protagonisti. Peccato. Ma è poca cosa. In compenso, soprattutto nella prima parte, devo dire che la lettura è stata davvero appassionante. Insomma, non capita tutti i giorni di spaventarsi leggendo!


Un’ultima cosa. Recentemente è uscito il film di World War Z. Terminata la lettura, e come sempre accecata dal mio amore per Brad Pitt, stavo per procurarmelo. Sono stata fermata da alcuni previdenti amici… Pare che a parte Brad, non ne valga davvero la pena. 

sabato 7 settembre 2013

Film #13: Monster University

Monster University è il simpatico prequel del geniale Monster & Co.

In questo capitolo della saga si racconta la turbolenta carriera universitaria di Michael Wazowsky e James P. Sullivan, i protagonisti del precedente cartone.

Il primo pensiero che mi è venuto in mente dopo aver guardato MU è una considerazione generale sul cinema di animazione degli ultimi tempi. Se fino alla fine degli anni ’90 i cartoni erano per bambini, ma talmente belli da essere apprezzati anche dagli adulti, da dieci anni a questa parte i film d’animazione sono diventati, pur rimanendo un grande divertimento per i più piccoli, un prodotto che solo i più grandi possono apprezzare completamente. Mentre infatti nei cartoni classici la vena comica era affidata a personaggi secondari e dalla comicità grezza (Timon e Pumba, il genio di Aladin, Lady Cocca); in MU il comico si basa sulla parodia della vita reale.  Questo aspetto diventa il cardine intorno al quale ruota l’intero film. Il cartone si basa quindi su questa particolare forma di ironia, molto apprezzata dai grandi, ma che i bambini non possono comprendere pienamente.
Ribadisco: questo lungo discorso non è una critica particolare ma una considerazione generale. MU piacerà comunque ai più piccoli perché i personaggi, pur essendo mostri, risultano istintivamente simpatici.

A freddo l’aspetto che più mi ha colpito del film è il messaggio. Viviamo in un periodo in cui il fallimento non è contemplato, l’uguaglianza e la parità dei diritti sono idolatrate e temute come divinità vendicative. In questo contesto sociale MU costituisce un deciso punto di rottura. Narra infatti del fallimento di Wazowsky, simpatico mostro che vuole a tutti i costi diventare uno Spaventatore, pur non essendo per nulla spaventoso. Wazowsky è animato dal desiderio di sconfiggere il pregiudizio che lo circonda e dalla certezza di poter coronare il suo sogno superando le proprie debolezze. Tutto questo però si rivela insufficiente: le sue limitazioni fisiche risultano più forti della sua volontà. Non ci resta che ammirare un uomo, scusate un mostro, che ha lottato con tutte le sue forze e che non si è fatto abbattere dal fallimento. 

L’insuccesso e la raggiunta consapevolezza dei propri limiti diventano infatti le chiavi che gli aprono la porta della maturazione, rendendo Wazowsky adulto e utile alla società.
Quindi in un contesto in cui tutti sono considerati uguali, tutti hanno gli stessi diritti, tutti si devono uniformare e l’uomo vuole dominare la sua natura, MU ci ricorda con garbo che siamo tutti diversi, che ognuno ha le sue debolezze e deve vivere consapevole dei propri limiti, in armonia con la propria natura.

P.S. Io non rivelo mai il finale dei film che recensisco e questo mio ultimo scritto non fa eccezione. Il fallimento di Wazowsky è già noto a tutti quelli che hanno visto Monster & Co. 

giovedì 8 agosto 2013

Recensione #45: La sabbia non ricorda, Al mare con la ragazza

Il dittico dell’estate

Per l’estate, torno con piacere a parlare di Scerbanenco.
Non è mia abitudine recensire due libri insieme, ma i destini di La sabbia non ricorda e Al mare con la ragazza sono così indissolubilmente legati che per una volta farò un’eccezione.
Innanzitutto li ho comprati insieme, approfittando con soddisfazione della giornaliera “offerta lampo” di Amazon. E, dopo averli comprati, li ho letti uno dopo l’altro, senza soluzione di continuità.
Ma al di là delle mie personali coincidenze, ci sono delle ragioni evidenti per cui vengono proposti insieme. Innanzitutto, l’ambientazione estiva. Il caldo soffocante, il mare di Lignano, con le sue turiste tedesche disinibite e i suoi juke box. E poi il motivo cruento, la morte, l’atmosfera cupa e il linguaggio efficace, brutale ed esatto dell’autore, che è un po’ il marchio di fabbrica delle sue opere.

Certo, tra i due ci sono anche delle sensibili differenze: La sabbia non ricorda è un romanzo a enigma in piena regola, con un omicidio e un’indagine. Il protagonista non è Duca Lamberti, ma uno che tutto sommato gli somiglia. Uno che fa il poliziotto per far contenta sua mamma (Duca fa il medico per assecondare il desiderio del padre), ma che poi ha altri romantici interessi, come l’astronomia. Uno capace – proprio come Duca – di mettere il dovere e il proprio senso di giustizia davanti a tutto, anche ai propri affetti. Uno capace di amare, ma anche di rinunciare all’amore in nome di un bene più alto.
Al mare con la ragazza, invece, appartiene alla penna che Colaprico, nell’introduzione, definisce “del fratello segreto” dell’autore. È una penna che descrive il crimine e il delitto non dalla parte dei poliziotti, ma da quella dei disgraziati che li compiono. Una penna che non si concentra sull’indagine, ma che indugia sulla mente e sull’ambiente di chi compie il male.

Entrambe le opere si aprono con due storie parallele, che si intrecciano fittamente con il procedere della narrazione. Devo dire che però, sotto questo profilo, i risultati raggiunti sono molto diversi. Se infatti la La sabbia non ricorda è costruito con intelligenza, in modo che tutti gli elementi della trama vadano pian piano al loro posto, Al mare con la ragazza dà l’impressione di un meccanismo forzato, non perfettamente funzionante: troppe volte il lettore è portato a domandarsi perché l’autore abbia deciso di fondere insieme queste due storie, che tutto sommato potevano continuare a correre senza incontrarsi mai.
Dulcis in fundo: le donne. Trovo che in queste vicende estive più che mai, i personaggi femminili siano particolarmente riusciti. Scerbanenco ha una delicatezza tutta maschile nel descrivere le donne. Una delicatezza che vorrei dire innamorata, che di per sé vale la lettura.
Unica nota dolente, i finali, che ho trovato non all’altezza. Ma su questo non mi dilungo, se no ve li rovino.


PS Ho appena scoperto che il dittico dell’estate potrebbe trasformarsi in trilogia… Non so come, ma dalla mia villeggiatura lacustre devo trovare il modo di procurarmi Appuntamento a Trieste!

martedì 6 agosto 2013

Recensione #44: Le correzioni

Correzioni per le mie vacanze

“Prossima fermata: Malnate.”
Malnate? Sono seduta su questo treno da più di un’ora e sono a Malnate? Possibile che nel 2013 un treno impieghi due ore per andare da Milano a Laveno? E soprattutto: possibile che io stia sprecando il mio primo giorno di vacanza a Malnate, in carrozza con due spacciatori, un tamarro che ascolta Rihanna e una famiglia di napoletani obesi che giocano a ramino?
Una voce nella mia testa dice che me lo merito: così imparo a voler organizzare sempre tutto. Incastro ogni giorno mille impegni al secondo e poi butto via la prima mattina di vacanza per un errore da principiante come sbagliare treno. È una specie di punizione freudiana – continua la voce –  una dimostrazione del mio limite, raggiunto e ampiamente superato in queste estreme settimane di lavoro.
Il paesaggio fuori scorre troppo lentamente e io mi chiedo se a parlare sia la mania del controllo frustrata, oppure l’influenza del libro che ho appena finito di leggere.

Ho letto Le correzioni per via del mio capo. Il suo entusiasmo per questo romanzo ha risvegliato in me la presuntuosa convinzione – subito trasformata in desiderio – che i gusti letterari siano la cifra per scoprire i segreti di un carattere. Inutile dire che da questo punto di vista la lettura è stata una vera delusione. In compenso, mi ha lasciato addosso un approccio problematico alle questioni più banali che  – come si è visto –  minaccia di rovinare le mie striminzite ferie.
Chissà che sbrogliarne la matassa non mi aiuti a sentirmi meglio.

Fino a cinquanta pagine dalla fine, avrei detto che Le correzioni era una critica feroce alla mentalità perbenista e ipocrita della borghesia americana, che puntualmente naufraga nel pietoso tentativo di “correggere” quanto si distacca dai propri rassicuranti modelli di riferimento. Un tema interessante, soprattutto se trattato con lucidità, ma anche trito e ritrito, oltre che, almeno per me, non particolarmente vicino. Terminata la lettura, però, e versata qualche vergognosa lacrima tra gli ostili sconosciuti in questo treno, archiviare Le correzioni come un ben costruito romanzo a tesi mi pare un poco riduttivo. Perché in questo romanzo, prima della tesi, c’è una storia, viva e pulsante. La storia dura e impietosa di cinque persone che formano una famiglia. La storia delle loro relazioni e delle influenze pesantissime che queste relazioni hanno sulle loro vite. Una riflessione acutissima su come, per quanto si lotti, non si può sfuggire alle proprie origini e forse addirittura al proprio destino, nel senso greco e tragico del termine. Per tutto il romanzo, vediamo i personaggi impegnati a lottare per “correggere” se stessi e gli altri: i figli non vogliono essere come i loro genitori e i genitori non vogliono essere – né tantomeno apparire – poveri, vecchi, malati, lussuriosi, malpensanti, infelici. Pagina dopo pagina, tutti e cinque eroicamente si battono per essere diversi da quello che sono. Come va a finire la storia? Molto realisticamente, che alcuni ci riescono e altri no. Qualcuno si rassegna, smette di volere una vita perfetta e accetta – come i migliori eroi tragici – la propria sorte. Qualcun altro invece continua a lottare, ben oltre il senso del ridicolo, fino alla fine.


“La sola cosa che non dimenticò mai fu come rifiutare.”

giovedì 18 luglio 2013

Film #12: Il fondamentalista riluttante

Il fondamentalista riluttante è un bel film con un pessimo titolo.
Il protagonista della vicenda è Changez Khan (Riz Ahmed), un discusso professore universitario di Lahore (Pakistan), collega di Anse Rainier, un cittadino americano rapito da una cellula terroristica. Il film è per gran parte un lungo flashback, in cui Changez racconta ad un giornalista la sua esperienza negli Stati Uniti alla ricerca del sogno americano a cavallo dell’ 11 settembre.

Il fondamentalista riluttante non è solo un thriller politico, ma è soprattutto la storia di Changez, narrata con maestria e veridicità, in cui tutti i personaggi sono vivi e non esistono buoni o cattivi. Molte volte si pronuncia questa frase, ma questa volta è tutto vero! Tutte le azioni dei personaggi hanno sempre un movente che, se non è condivisibile, è assolutamente comprensibile.

Dopo un bel film si può sempre riflettere. Il fondamentalista riluttante non fa eccezione!
Tra tutti gli spunti possibili io ne scelgo uno (non il principale) che mi sta particolarmente a cuore: l’accettazione e la conoscenza di sé. Finché si inseguono dei desideri che non sono veri, ma puramente materiali, finché si è dominati dall’ambizione, finché non si conosce se stessi e non si riesce a vivere con se stessi indipendentemente dal contesto, non è possibile essere a casa. La casa non sarà né in Pakistan né negli USA, né nell’amore e nemmeno nel lavoro.
Per questo penso che Il fondamentalista riluttante non sia solo un film politico, ma anche la storia un uomo e dell’uomo.

Il più grande merito del film è nel raccontare tutto questo in modo avvincente. Lo spettatore è completamente coinvolto nella vicenda, anche perché in essa si identifica.

mercoledì 10 luglio 2013

Recensione #43: La verità sul caso Harry Quebert

Il romanzo dell’estate

Signore e Signori, ecco a voi il libro dell’estate.
Ebbene sì, è successo. In un momento di incertezza sociopolitica culturale pressoché completa, in cui il bombardamento mediatico impedisce di stabilire con decisione perfino il tormentone musicale delle vacanze 2013, un ventottenne di Ginevra è riuscito a convincere me (e alcune ben più autorevoli firme del giornalismo italiano) di aver scritto il romanzo che vi farà dimenticare di starvi ustionando sotto il solleone.
Non fatevi spaventare dalle 780 pagine: io l’ho letto senza alcuno sforzo in una settimana, e il papà di Fede addirittura in quattro giorni. La verità sul caso Harry Quebert è un libro che si fa divorare.

"Nella primavera del 2008, quasi un anno dopo essere diventato una star della letteratura americana scoprii che il mio professore d'università, Harry Quebert, oggi 63enne, uno degli scrittori più stimati del paese, aveva avuto una relazione con una ragazza di 15 anni quando lui ne aveva 34. Era l'estate del 1975..."

Ecco come Marcus Goldman, protagonista narratore, introduce la vicenda. Qualche mese dopo la scioccante scoperta sul passato del suo mentore, nel giardino di Harry Quebert viene ritrovato il cadavere della giovane amata. Il famoso scrittore viene immediatamente accusato di omicidio. Toccherà quindi al fedele discepolo Goldman, tormentato da un prevedibile blocco dello scrittore, cercare La verità sul caso Harry Quebert.
Oltre all’indagine, in queste pagine, troviamo un po’ di tutto: consigli per scrivere un buon romanzo, critiche al sistema editoriale scandalistico contemporaneo, la boxe come metafora della vita, pillole di saggezza, delusioni, omicidi, colpi di scena a non finire, genitori stereotipati, una descrizione pungente della mentalità claustrofobica delle cittadine americane, amore proibito, amore ricambiato, amore non ricambiato, amore per una quindicenne, l’amore dei reietti… Troppa roba? Per una volta, non direi. Perché Joel Dicker, che a quanto pare prima di raggiungere il successo si è visto rifiutare ben cinque romanzi, riesce a mettere insieme tutti questi elementi per costruire una trama davvero valida. Una trama capace di tenerti sveglio fino a tardi, di farti fare mille ipotesi per poi disilluderle continuamente.


Sia chiaro a tutti, stiamo parlando del romanzo dell’estate, non del capolavoro della vita. Una diffusa debolezza stilistica mi trattiene da affermazioni estreme come: "il romanzo contemporaneo non sarà più lo stesso e nessuno potrà far finta di non saperlo" (Antonio d'Orrico). Però, nonostante i dialoghi piatti e i personaggi al limite della macchietta, La verità sul caso Harry Quebert  è un libro che sa trascinare.  Un libro che fa esattamente l’effetto che - secondo l’autorevole parere del maestro Harry Quebert - deve fare un bel romanzo: “All’incirca mezzo secondo dopo aver finito il tuo libro, dopo averne letto l’ultima parola, il lettore deve sentirsi pervaso da un’emozione potente; per un istante, deve pensare soltanto a tutte le cose che ha appena letto, riguardare la copertina e sorridere con una punta di tristezza, perché sente che quei personaggi gli mancheranno. Un bel libro, Marcus, è un libro che dispiace aver finito.”

giovedì 4 luglio 2013

Film #11: The Lone Ranger

The Lone Ranger è un film western, e questo è già un gran pregio. Infatti questo genere è ormai quasi abbandonato.
I produttori (Disney) hanno voluto proporre una versione moderna del western o semplicemente fare soldi spostando Jack Sparrow nel selvaggio west (sulle locandine c’è scritto orgogliosamente: “dal team de I pirati dei Caraibi”)?



Nel far west Butch Cavendish (William Fichtner), bandito con una malsana propensione al cannibalismo, con le sue scorribande minaccia di far saltare la pace tra indiani e Stati Uniti e, conseguentemente, la costruzione della ferrovia che dovrebbe attraversare tutto il paese.
Sulle sue tracce si mettono un texas ranger troppo idealista (Armie Hammer), un indiano completamente pazzo (Jhonny Depp), un cavallo ubiquo e una maitresse con una gamba d’avorio (Helena Bonham Carter), tutti animati da un personale desiderio di vendetta.

La trama, pur con qualche stravaganza, è quindi abbastanza banale. Il pregio  del film sta quindi nell’ironia con cui sono narrate tutte le vicende, anche se l’eccessiva durata genera una serie di spiacevoli stonature. Il risultato finale è quindi di una comicità fuori ritmo, si sorride quando si potrebbe ridere di gusto. Senza contare che alla lunga il troppo stroppia. E qui si esagera veramente. Solo i capolavori possono permettersi di durare 2.30 h. Parafrasando Callimaco: Mega filmìon, mega kakòn!
Affidarsi al 100% alla simpatia e bravura di Depp è una buona scelta per un filmetto di 90 min, non per un mega kolossal. Manca insomma la perfetta sintesi tra ironia e avventura de “La maledizione della prima luna”.
In definitiva The Lone Ranger è un semplice riadattamento del ciclo dei Pirati dei Caraibi, senza pregi né difetti. Il risultato finale non può quindi discostarsi molto da una risicata sufficienza.
Perché quindi non realizzare un buon sequel (tra l’altro già in pre-produzione)? Ma soprattutto: perché raccontare tutto in flashback?

lunedì 24 giugno 2013

Recensione #42: Missa sine nomine

Espiazione alla tedesca

Al mio desiderio di ormai più di un mese fa di leggere “un bel romanzone novecentesco” Fabio ha risposto prestandomi Missa sine nomine. “A diciott’anni l’ho adorato. – mi ha detto – Ma forse è uno di quei libri che si apprezzano solo da ragazzi. Mi dirai che ne pensi.”
Gravata e incuriosita da questo nuovo compito, ho disdetto i miei impegni e cominciato a leggere di buona lena. Poi le cose si sono fatte complicate: sono arrivate settimane dure al lavoro, la tanto attesa bella stagione ha diradato i miei viaggi in metropolitana… insomma, ho rallentato il ritmo, e spesso confinato la lettura ai dieci minuti prima di dormire, con gli occhi stanchi e i pensieri labili. Tutti questi fattori forse falsano un po’ il mio giudizio, ma voglio provare lo stesso a tirare le fila del discorso, e a stabilire se Missa sine nomine pecca di quel simbolismo romantico tedesco, che ho tanto amato in adolescenza, ma che ormai trovo un po’ stucchevole.

La trama è presto detta: in una Germania rurale post nazista, tre fratelli di nobili natali cercano di ricostruire le loro vite e i loro animi, piegati dai dolori della guerra. Il più vecchio, Erasmus, ha disertato, voltando le spalle al nemico. Al mediano Aegidius sono stati sottratte le terre e, con esse, la certezza di una vita di cose semplici e concrete. Infine, il più giovane e più filosofo, Amadeus (una specie di alter ego dell'autore), ha sopportato la prigionia nel lager, dove ha patito il tradimento e l’umiliazione, fino al punto di mettere in dubbio la propria stessa umanità.
Ebbene, a guerra finita, i tre si ritrovano e, faticosamente, provano a rimettersi in piedi e a riportare la serenità nelle loro terre.

Il bello di questo libro – almeno per me – è che parla di redenzione a caro prezzo. Chi mi conosce sa quanto mal sopporti la redenzione a buon mercato, quella robaccia da film americani in cui basta dire “mi dispiace” per sistemare gli sbagli e i dolori di una vita. Quello su cui ci ingannano è che poi, dopo aver detto “mi dispiace”, uno deve combattere contro i suoi demoni, e vincerli. Missa sine nomine, da questo punto di vista, non concede sconti a nessuno: l’espiazione è presentata come un percorso serio, lungo e doloroso. Ma alla fine permette di guadagnarsi una pace solida e duratura.

Eppure, nonostante la forza e l’urgenza dei temi trattati (il romanzo è in larga parte autobiografico), l’atmosfera di Missa sine nomine rimane rarefatta, distante. Si muove sul piano dei simboli, piuttosto che su quello delle passioni. La trama procede per aneddoti, parabole, metafore e ricordi. Una ben calcolata distanza di sicurezza separa il lettore dai drammi dei personaggi. Da lontano, egli può valutarli e coglierne i significati più profondi. Da lontano può teorizzare sul peso e la fatica e al limite sul fascino dell’espiazione.
Ma da lontano – ahimè – non può commuoversi, e forse nemmeno ricordare. 

sabato 22 giugno 2013

Film #10: After Earth

La Terra è abbandonata ormai da più di 1000 anni. L’uomo, dopo aver abusato del proprio pianeta natale (che noia quest’ecologia spicciola), è fuggito su Nova Prime, dove  purtroppo prosperano gli Ursa, terribili mostri alieni privi di occhi, ma in grado di vedere l’uomo sentendone l’odore della paura. Gli unici in grado di affrontare un Ursa sono i Ranger, soldati addestrati a non provare paura.
Cypher Raige (Will Smith) è il primo ranger ad essere riuscito a spettrare (diventare invisibile all’olfatto degli Ursa), e Kitai (Jaden Smith), suo figlio, vuole a tutti i costi essere degno di cotanto padre.
Insieme, padre e figlio, sono gli unici superstiti di un terribile naufragio spaziale sulla ormai inospitale e selvaggia Terra. La salvezza di entrambi è nelle mani del giovane Kitai. L’imperturbabile generale Raige è infatti gravemente ferito. Il ragazzo dovrà attraversare i più ostili territori di una lussureggiante e spietata Terra, per trovare il rilevatore spaziale (una sorta di cellulare satellitare, ma molto più potente) andato perduto durante l’atterraggio di fortuna.

Ho deciso di vedere After Earth perché credevo fosse diverso, fosse più “sopravvivenza dopo l’apocalisse”. Invece è un classico film di fantascienza. Nonostante ciò non sono deluso.
 Ora che ci penso tutte le mie recensioni sono positive. Che il mio giudizio non sia molto attendibile?

Film di fantascienza sì, ma con una certa componente della tanto agognata sopravvivenza, anche se, ahimè, non è una sfida alla natura ostile in stile Bear Grylls (accendere il fuoco, mangiare insetti schifosi, costruirsi un rifugio, eec.). E’ più una salvezza che viene raggiunta da dentro, attraverso autocontrollo, coscienza di sé e dominio delle proprie paure. Temi che vengono trattati con semplicità e anche banalità: non è certo la prima volta che le paure umane vengono trasposte in una creatura mostruosa!
Direi che After Earth ha una retorica da fumetto in perfetto stile Spyder Man. Presenta una visone rassicurante della vita in cui è molto chiaro qual è la strada giusta, il difficile è “solo” avere la forza di imboccarla. A questa filosofia innocente il film affianca una buona dose di azione, un tocco di suspence e, cosa che non guasta, immagini spettacolari.
After Earth è un kolossal ma è come se fosse un alberghetto a conduzione familiare: non è bellissimo, ma lo guardi volentieri e ti fa sentire a casa. Senza contare che la famiglia Smith è produttrice, ideatrice e protagonista del film. 

mercoledì 12 giugno 2013

Recensione #41: Mandami tanta vita

Un bell’incontro con Gobetti

Quando ho visto per la prima volta la copertina di Mandami tanta vita, ho pensato che non faceva per me. Il titolo pretenzioso, i troppi romanzi all’attivo (quasi uno all’anno) di questo autore giovane (classe 1983), mi hanno spinto a immaginarmi una specie di epigono di Moccia, da cui tenermi ovviamente ben alla larga. Una volta finito di leggerlo, però, il papà di Fede me l’ha prestato dicendomi: “questo secondo me ti piace. Parla di un giovane editore.”
Il giovane editore, ho scoperto sfogliandolo, è Piero Gobetti. È bastato questo nome, ritrovato sempre con entusiasmo e stupore sui libri universitari, a convincermi a piantare in asso per l’ennesima volta Guerra e pace (ebbene sì, lo confesso, non sono mai riuscita a superare pagina 200…) e a farmi accompagnare da Paolo di Paolo nei miei mattutini viaggi metropolitani.

In una scostante Torino  anni venti, un giovane editore e un aspirante letterato vivono e lottano contro i loro demoni. Per il primo, il regime, la mediocrità, la malattia. Per Moraldo, invece, la sfiducia nelle proprie capacità, l’incertezza su quale forma dare al proprio destino. All’inizio della narrazione i due si incontrano in un’aula universitaria: Piero compie un’azione di disturbo della lezione per svegliare le coscienze degli studenti, e Moraldo, che di quegli studenti fa parte, rimane immediatamente infastidito dalla supponenza del suo coetaneo. Poi però, in quella spericolata presunzione, intravede la possibilità di un futuro per sé. Immagina di potersi affidare alla personalità imponente del giovane editore per poter uscire dalla propria indeterminatezza. Comincia così a cercare Piero, a scrivergli lettere, ad appostarsi nel negozio di sua madre.
Quello che Moraldo non sa è che il suo idolo ha ben altro a cui pensare: la situazione in Italia non favorisce l’espressione delle sue idee, e così Piero, già debole e malato, si vede costretto a partire alla volta di Parigi, lasciando a Torino la moglie Ada e il figlioletto appena nato.
Le vite dei due giovani procedono in parallelo, a capitoli alternati, geograficamente vicine ma spiritualmente lontanissime, come solo nei film sull’incomunicabilità o in alcune tristi coincidenze della vita.
Ma più che la scontata costruzione del romanzo, con il suo stile moderno e a tratti poetico, o la figura di Moraldo, che francamente ho trovato un po’ malmostosa, a meritare attenzione è il modo in cui viene tratteggiato Gobetti.
Sono la sua personalità (il suo “impeto”, direbbe Pasolini) e le sue speranze a tenere in piedi il romanzo.

Lo stesso autore lo afferma, nella nota conclusiva dell’opera: [nel 2008] Stavo per compiere gli anni che Piero Gobetti (1901-1926) non ha compiuto. Non sapevo molto di lui, ma quel poco mi ha spinto a immaginare. Il romanzo è un’opera di finzione, ma una finzione ben documentata, e si sente. A ispirare Paolo di Paolo, in particolare, l’epistolario di Piero e Ada: Nella tua breve esistenza. Lettere, 1918-1926, che, se il sistema bibliotecario nazionale lo consente, mi procurerò il prima possibile.
Ne risulta una figura di grandissimo fascino, tormentata e ambiziosa, dura ma anche appassionata. Davvero indovinato e poetico, anche nella forma, il racconto della relazione con Ada, moglie, madre e compagna di vita.


Insomma, Mandami tanta vita è un bel romanzo di finzione su Gobetti. Gobetti è – una volta di più – un personaggio incredibile, e questa storia, secondo me, gli rende giustizia. 

mercoledì 1 maggio 2013

Recensione #40: Una storia semplice


La semplicità del male

Interrompo il filo delle mie letture arretrate per aprire una parentesi su Leonardo Sciascia, a cui ho finalmente trovato il tempo di appassionarmi.
Ai tempi dell’università avevo letto e apprezzato Il cavaliere e la morte, ma poi, chissà perché, mi ero convinta che Sciascia potesse aspettare, che i suoi romanzi fossero interessanti ma ormai un po’ datati… Mi sbagliavo. Dopo le prime due pagine di Una storia semplice  avevo già cambiato idea.

Una telefonata alla polizia, un messaggio troncato, un apparente suicidio. Un brigadiere attento, carabinieri e poliziotti accecati dalla competizione. E ancora mafia, corruzione, droga, perfino Pirandello. Insomma, nonostante la brevità, la trama è degna di un romanzo vero e proprio. Tuttavia, l’opera  è costruita con tale raffinatezza da sembrare davvero Una storia semplice.               
Il segreto di questa magia? Lo stile.
È l’autore stesso presentarlo, mentre descrive le difficoltà incontrate dal protagonista nello scrivere in italiano:

“…Il brigadiere cominciò a fare il suo lavoro di osservazione, in funzione del rapporto scritto che gli toccava poi fare: compito piuttosto ingrato sempre, i suoi anni di scuola e le sue non frequenti letture non bastando a metterlo in confidenza con l’italiano. Ma, curiosamente, il fatto di dover scrivere delle cose che vedeva, l’angoscia quasi, dava alla sua mente una capacità di selezione, di scelta, di essenzialità per cui sensato ed acuto finiva con l’essere quel che poi nella rete dello scrivere restava. Così è forse degli scrittori italiani del meridione, siciliani in specie: nonostante il liceo, l’università e le tante letture.”

L’italiano come lingua straniera, dunque. Conoscenza addomesticata, ma mai sicura, che costringe lo scrittore siciliano ad uno stile scarno, controllato, limatissimo. Si percepisce quasi un disagio nella scrittura, come se Sciascia, proprio come il suo brigadiere, scrivendo fosse un po’ sulle spine, come se avesse paura di sbagliare.
Ma da questo sforzo il suo linguaggio, proprio come quello del brigadiere, esce sensato e acuto. E dona una impressionante lucidità alla trama, rendendo semplice una storia che semplice non è.
Parole come mafia, droga e corruzione non entrano mai nel testo, come se l’autore non sentisse il bisogno di nominarle. Come se fossero talmente note da risultare pleonastiche.
È questa forse, infine, la chiave in cui leggere il titolo. Sciascia, amaramente, denuncia il male come se fosse una cosa semplice. 

giovedì 18 aprile 2013

Recensione #39: Il senso dell'elefante


Ingannata dall'elefante

Dopo aver deliziato i frequentatori della Nefelomanzia con i miei entusiasmi, è bene che torni alle più tristemente frequentate lamentele. Non sia mai che qualcuno pensi che mi sono rammollita.
Ripercorrendo a ritroso il filone dei miei arretrati, infatti, incontro Il senso dell’elefante, un romanzo che mi ha deluso e anche un po’ innervosito.
Prima di cominciare a parlarne male, in sua discolpa, dirò che l’ho acquistato in un momento di debolezza (accidenti ad Amazon, e al suo “Acquista con 1 clic”!), cedendo al fascino del paratesto e degli elefanti. Lo sapevate che questi animali, oltre ad avere una memoria pazzesca, “sono devoti a tutti i figli, al di là dei legami di sangue”? E se scopriste questa commovente verità alla fine di un faticoso pomeriggio in ufficio, non acquistereste comuplsivamente un libro la cui quarta di copertina inizia con questa frase? Be’, io sì, senza esitazione. Peccato solo che a fare un libro non basti un bel titolo.

Lo stile dell’autore non mi dispiace. I suoi non detti urtano i nervi solo in qualche occasione, negli altri casi possono riuscire anche poetici. Per esempio, dire “vestire la sedia” invece che “togliersi la giacca e lasciarla sullo schienale della sedia” non è male. In certi punti, può anche risultare delicato.

Il problema è solo la trama: per comporre Il senso dell’elefante, che tra l’altro è stato finalista al premio Campiello 2012, Marco Missiroli non si è fatto mancare proprio niente, dal prete spretato all’eutanasia, dall’infedeltà coniugale all’aborto all’incesto.
Ma andiamo con ordine: il protagonista è un certo Pietro, fallito e reietto pastore di anime, che un giorno, per motivi che dovrebbero essere misteriosi ma si capiscono due pagine dopo l’inizio, lascia l’amata Rimini e va a fare il portinaio a Milano, per sorvegliare la famiglia di un giovane oncologo, solo apparentemente felice. Sullo sfondo, in tanti flash, il suo doloroso passato.
Credo che il racconto miri ad essere straziante e delicato, ma  non ci riesce. Se posso permettermi, non si scomodano certi temi senza aver qualcosa di serio da dire. Non serve ricordare il mirabile esempio di Accabadora per dimostrarlo.
Se posso permettermi, forse sarebbe stato sufficiente fare delle scelte: o i preti infelici e i bambini col cancro, o l’adulterio e l’incesto, o l’aborto e l’eutanasia. Non tutto insieme, spiaccicato in poco più di 300 pagine. Così facendo, è inevitabile che i personaggi risultino schematici e poco credibili.
Personalmente, come dicevo, sono rimasta delusa: mi sono sentita coinvolta in un dramma superiore capacità narrative dell'autore. Per dirla in due parole, un altro gigante dalle gambe sottili. 

giovedì 11 aprile 2013

Recensione #38: Se ti abbraccio non aver paura


Viaggio oltre la retorica

Comincio questa recensione seguendo due consigli: quello di riprendere la buona abitudine di scrivere (grazie Anna), e quello, per una volta, di dare un parere decisamente positivo su un libro (grazie Laura). Spero di fare cosa gradita ai miei venti lettori!
Comincio quindi a pagare il mio debito con la Nefelomanzia dalla fine, raccontando del libro che ho chiuso ieri sera, con niente meno che un lacrimone a bordo occhio.

Se ti abbraccio non aver paura ha bussato alla porta delle mie prossime letture diverse volte, prima che lo considerassi; e alla fine, con la determinazione che solo il destino, mi si è messo in mano (grazie Mari) e mi ha raccontato la sua storia. La storia di un padre coraggioso che, sfidando ogni buonsenso e prudenza, attraversa le Americhe con suo figlio autistico Andrea.
Primo elemento di fascino: è una storia vera, avvenuta nel 2010. Le immagini del viaggio sul sito sono una vera sorpresa: Andrea è un ragazzo bellissimo e sorridente, e assomiglia parecchio a suo papà. E con questo (ammetto con una punta di vergogna) metà dei miei pregiudizi sull’autismo sono andati. L’altra metà viene dissipata dall’autore, che, nonostante la vicenda sia raccontata in prima persona, non è il protagonista della storia, ma Fulvio Ervas, uno scrittore specializzato in gialli vagamente surreali, a cui il padre di Andrea ha raccontato la sua storia, da bravo veneto, a colpi di ombre de vin. Devo dire che Ervas è proprio bravo: racconta questa avventura senza pietismi e senza pudori, con un trasparenza che a tratti è dolorosa e a tratti veramente sorprendente. 
Dove l’avventura non è solo il viaggio stupendo  a spasso per il Nuovo Continente, e neanche la libertà di non progettare niente oltre il domani; è soprattutto quella di una relazione padre-figlio costruita, come tutte, ma ovviamente più di tutte, sulla fatica e sul silenzio. Particolarmente commoventi sono proprio i brandelli della loro comunicazione. Non quella verbale, a cui difficilmente Andrea riesce ad affidarsi, ma quella scritta. Attraverso il computer, infatti, il ragazzo ha imparato a rispondere alle domande dei genitori, esprimendo i propri pensieri e stati d’animo. Ervas trascrive alcuni brani di queste conversazioni, stupefacenti per la consapevolezza che testimoniano. Un lettore ignaro e benpensante come me ne rimane ferito: istintivamente si racconta che un ragazzo autistico non si rende conto della propria condizione, che vive in un mondo parallelo e, chissà perché, felice. Invece Andrea  parla a suo padre della malattia, gli dice che soffre, e che si sforza di essere diverso. Se ti abbraccio non aver paura mette il lettore benpensante spalle al muro, e lo costringe a fare i conti con una situazione incredibilmente dura. E poi, allo stesso tempo, lo risolleva. E mostra, attraverso la figura di questo padre coraggioso, come anche nella sofferenza non valga la pena di farsi prendere dallo o sconforto. Molto meglio invece affrontare la questione e amare, e al limite sfidare il proprio limite e partire.

Saranno i vuoti d’aria, sarà la fine del viaggio. Sarà che la vita è complicata e bella. Sarà perché noi non sappiamo e almeno immaginare, bello o brutto che sia, ci porta oltre.
Ci porta a domani.

martedì 19 febbraio 2013

Recensione #37: Traditori di tutti


Secondo appuntamento con Duca

Dopo tante letture deludenti, mi sono rivolta a Scerbanenco come a un porto sicuro.
Al di là delle faticose peripezie per procurarmi Traditori di tutti, che comunque si sono risolte positivamente (e per questo vorrei ringraziare la biblioteca Sormani, che per una volta mi ha stupito per la sua efficienza) anche stavolta posso ritenermi soddisfatta.

Traditori di tutti è il secondo episodio della saga di Duca Lamberti. Dopo le avventure di Venere privata, troviamo il nostro protagonista mezzo medico-mezzo poliziotto alle prese con una faida di coppie annegate nei Navigli, che lo porta a scoprire un sordido traffico di armi, droga e quant’altro, e soprattutto a confrontarsi con un losco giro di “traditori di tutti”. Chi siano i traditori di tutti, lo dice la parola stessa. Sono individui abietti e senza scrupoli, che per il loro profitto sono pronti a sacrificare qualunque cosa. La trama, come sempre ben costruita, ne presenta esemplari di diversi sessi, nazionalità e generazioni. Come se il tradimento fosse una malattia virulenta, difficile da estirpare. Per uno come Duca, le cose stanno proprio così. Nel suo profilo etico altissimo, il tradimento e la bassezza non sono contemplati. Per lui, ogni azione ha un peso e una conseguenza, e chiunque sbaglia, prima di tutto, dovrebbe fare i conti con la sua coscienza.
Il problema è che, nella storia, l’unico personaggio disposto ad assumersi le sue responsabilità è la candida Susy Paany, una creatura così limpida da risultare “cretina”, un po’ come la Livia Ussaro di Venere privata.
E così, ancora una volta, il nostro protagonista smantella un traffico malavitoso, ma esce dalla sua avventura amareggiato, schiacciato dalla consapevolezza che, a pagare, ora della fine, sono sempre i più deboli. E che non c’è modo di arginare il male del mondo.

Cosa c’è di nuovo rispetto a Venere privata? Direi pochino, ma non fa niente. In fondo, quando si trova una formula che funziona, che bisogno c’è di stravolgerla?
Il personaggio di Duca è sempre lì, amaro e inflessibile. A tratti un po’ retorico e un po’ violento, ma glielo perdoniamo, perché in fondo è un’anima candida. Solo un po’ più convinto di fare il poliziotto, e un po’ più vicino al mondo della polizia, in cui tra l’altro troviamo personaggi simpaticissimi come Carrua e Mascaranti. Anche Milano è sempre lì. Milano corrotta e bellissima, in una primavera sorprendente. Una primavera che stride con tutto il male del mondo.
Lo stile è sempre convincente, stavolta l’autore non abusa nemmeno dei flashback, di cui mi ero lamentata in passato.
Forse, nonostante tutto, ho preferito Venere privata, perché era il primo. Stavolta sapevo bene cosa aspettarmi, ma se non altro non sono rimasta delusa... Non male per un sequel!

domenica 10 febbraio 2013

Recensione #36: Léonie

Una soap cartacea

Con la promozione di Amazon con cui mi sono procurata 1Q84 ho scaricato anche Léonie, di Sveva Casati Modigliani. Non che fossi particolarmente interessata a quest’opera… Anzi, diciamo che non avevo molta scelta. Però tant’è, finito il mattone giapponese, mi sono messa di impegno, e ho letto anche questo.

Premetto che non c’è molto da dire: Léonie è l’ennesima saga familiare scritta da una donna per donne, in cui le protagoniste (rigorosamente donne) sono tutte belle e soprattutto di animo nobile. Una noia mortale.
Nello specifico, l’autrice racconta le vicende di una famiglia di imprenditori brianzoli facoltosi ma anche candidamente onesti, dagli anni Trenta ad oggi. Il tentativo è quello di presentare questi personaggi come misteriosi e tormentati… Dico tentativo, perché i misteri e i tormenti sono un’altra cosa.
Prendiamo per esempio la protagonista: Léonie è una provincialotta francese, bellissima e intelligentissima, e pure di animo sensibile. Pur non avendo mai avuto famiglia, ha una fortissima vocazione materna; per questo, e non certo che opportunismo, si fa sposare da un ricco infelice; a questo punto, senza alcuna difficoltà, conquista lui e i suoi, sforna figli come se piovesse, si scopre geniale imprenditrice e trasforma la rubinetteria di famiglia in un’azienda avveniristica immune alla crisi; oltre a tutto ciò, ha il tempo di incontrare un amante una volta all’anno, perché suo marito non le ha detto tutto del suo passato, e lei, poverina, non si sente abbastanza amata, e pensa bene di rifugiarsi tra le braccia di un affascinante sconosciuto (che ovviamente la ama alla follia) nell’attesa che il marito tenebroso le confessi i suoi sentimenti. Insomma, quella che poteva essere un’ombra – per quanto inverosimile –  viene abilmente trasformata nell’ennesima noiosa declinazione del buon cuore di questa aspirante eroina ottocentesca.
Inutile dire che le drammatiche vicende dell’ultimo secolo di Storia qui non hanno alcun peso. I protagonisti non conoscono la politica né la contestazione, sono immuni ai condizionamenti del mondo… A quanto pare, l’onestà li preserva da ogni male.
Léonie non è un libro sgradevole, è un libro banale. Un libro che leggi per tenere impegnati gli occhi nel frastuono del tram del mattino.
Direi all’altezza delle recenti miniserie della Rai. Anzi, non mi stupirei di trovarla nel palinsesto della domenica sera dei prossimi mesi :)

giovedì 7 febbraio 2013

Recensione #35: 1Q84


Un gigante dalle gambe sottili

Se anche voi, come me, siete stati attirati dalla veste grafica pulita e dalla quarta di copertina accattivante di 1Q84, se anche voi avete preso in considerazione l’idea di acquistarlo, leggete con molta attenzione le prossime rquanto segue: QUALCUNO STA CERCANDO DI INGANNARVI.

Non sto parlando solo di quel burlone dell’autore (dei suoi imbrogli parleremo a tempo debito), ma soprattutto del suo editore italiano Einaudi. Perché? Perché Einaudi, nel promuovere il romanzo, si è “dimenticato” di dire che l’opera non finisce con i due libri di cui è composto il volume che ha riempito le librerie l’inverno scorso. Nossignore, i libri sono tre. In Giappone, logicamente, sono usciti in tre tomi distinti; in Italia invece no, perché noi siamo originali. Così abbiamo avuto prima i libri uno e due, e poi, l’ottobre scorso, è uscito il libro tre, del tutto inaspettato e tra l’altro mascherato da una copertina praticamente identica alla precedente. Insomma, una si imbarca con le migliori intenzioni in un’avventura giapponese da più di 700 pagine, e poi, quando pensa di esserne quasi venuta a capo, scopre da una qualunque insulsa vetrina di viale Montenero che per completare la sua fatica ne mancano ancora 500… ditemi voi se non è un inganno!

Ma probabilmente questo scherzetto editoriale mi sarebbe pesato molto meno se il romanzo mi fosse piaciuto. Voglio dire, se a dieci pagine dalla fine dell’Idiota, avessi scoperto che ne esisteva il seguito, quasi sicuramente avrei pianto di gioia. Invece completerò questa verbosa trilogia per il bisogno di simmetria che ho ereditato da mia madre e per il senso del dovere che mi viene da mio padre… Ben poco a che vedere con i piaceri della lettura.
Covavo il desiderio di leggere 1Q84 fin dai tempi dell’Arte di correre e di Tutti i figli di Dio danzano. Gli avevo fatto la corte a lungo, nella libreria in cui lavoravo, senza risolvermi a comprarlo, perché era molto alto e molto costoso… Quando però a Natale mi si è presentata la possibilità di averlo gratis (meravigliose promozioni di Amazon), non ci ho pensato due volte: l’ho caricato nel mio Kindle, e gli ho consacrato quasi un mese di stressanti spostamenti in tram.
Devo dire che la lettura non è faticosa, né spiacevole: è vero, ho incontrato stili più appassionanti, ma potrebbe anche essere un problema di traduzione. O magari di distanza culturale: che ne so io, magari ai giapponesi queste descrizioni minuziose di cose inutili piacciono, chi sono io per giudicare?  È vero anche che certe insistenze su dettagli erotici mi sembrano gratuite, e che in diversi casi ho avuto l’impressione di stare guardando i cartoni animati della mia preadolescenza, o peggio, di ritrovare tutti gli stereotipi più squallidi sui giapponesi (il delirio alienante della metropoli; l’uomo maturo che si innamora della ragazzina provocante; la scena d’amore con i petali di ciliegio nell’aria; il silenzio che vale più di mille parole…). Tutto vero, ma se fosse solo questo, sarebbe un romanzo mediocre come un altro.
Invece in 1Q84 c’è molto di più. Innanzitutto, c’è la pretesa di scrivere una grande opera, e di inserirla a pieno titolo nella tradizione letteraria. A questo proposito, abbondano le citazioni; una su tutte, quella al celebre romanzo di Orwell, a cui l’autore offre un omaggio esplicito fin dal titolo. Anche i temi sono grandi classici: il doppio, il personaggio, il nodo arte-vita… Sembra quasi di parlare di Pirandello! Ma, a differenza di Pirandello, Murakami non ha il senso del limite, e trasforma il suo romanzo in un delirio di onnipotenza. Il risultato è una lenta agonia, oltre che una fastidiosa delusione: all’inizio la trama è intrigante, e stimola il lettore a formulare teorie per far tornare i conti. Verso la fine del libro uno, però, si comincia a dubitare che tutte le domande troveranno una risposta… E i sospetti si confermano tristemente nel libro due.

Insomma, non posso ancora esprimere un parere definitivo, e spero vivamente di ricredermi, ma credo proprio che anche Murakami sia stato contagiato dalla sindrome di J.J. Abrams, meglio conosciuta come sindrome di Lost, che, come è noto, colpisce tutti gli autori che si lasciano trascinare da una bella intuizione, ma non sanno darle senso e respiro in una struttura solida. E al lettore non regalano altro che l'ennesimo elefante dalle gambe sottili.